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mercoledì 4 luglio 2007

Comitato Diritti Sicuri: Fuxia-la notte che non sbianca

A tutti coloro che hanno promosso e firmato l'appello “Temi perduti”
per una città diversa, meno inquinata e più vivibile.

Il “Comitato Diritti Sicuri” è uno spazio aperto costruito da
molti soggetti differenti per contrastare le politiche securitarie
di questa giunta e proporre un modo di ragionare che abbia
al centro i diritti, la libertà, la solidarietà.

E' nostro desiderio ampliare questo spazio il più possibile,
poiché pensiamo che si tratti di temi e problematiche che
coinvolgono tutti. Un'idea diversa di città, più vivibile, meno
inquinata ma anche più giusta e solidale, rende le vostre e
nostre tematiche strettamente intrecciate tra di loro.

La “notte bianca” è stata cancellata con le solite motivazioni:
sicurezza, degrado, e la scusa che non ci sono soldi, mentre
per le grandi opere e il tram si trovano sempre.
E allora abbiamo pensato: perché non portare noi a Padova
per una notte le tante cose che abbiamo da dire e da proporre?
Ci è sembrato naturale scegliere un altro colore, “Fuxia - la notte
che non sbianca!” Non è con un solo colore o con un pensiero
unico che si può far vivere una collettività, ma con una
molteplicità di voci e colori diversi.
Per questo vorremmo avervi con noi insieme a tanti altri per
costruire “Fuxia – la notte che non sbianca!” . Teniamoci in
contatto, la nostra mail è dirittisicuri@yahoo.it .

Vi aspettiamo giovedi 5 luglio allo Sherwood Festival
per il dibattito “Diritti Sicuri” con la partecipazione di
Franco Grillini -Presidente onorario Arcigay, Gianni Vattimo – Filosofo,
Judith Revel – Sociologa, Aurora D'Agostino – Consigliera Comunale.

Comitato Diritti Sicuri

lunedì 2 luglio 2007

S. Fogliata *: Il problema dei giovani

Una nuova estate, e gli Spritz tornano in riva al Piovego. Certo, quello dell'aperitivo colorato non è un tema perduto, essendo tutti i giorni sui giornali classificato fra le tante "emergenze". Vale comunque la pena parlarne, proprio perché diventato simbolo di troppe cose che in questa città funzionano in una direzione diversa da quella che ci si sarebbe aspettata dopo la campagna elettorale di tre anni or sono.
Il rito degli Spritz si sposta sui "Navigli": da un lato il mito della Milano da bere e dall'altro gli spritz con finto aperol e campari a un euro e cinquanta e le patatine stantie sul banco...
Grazie ad un bando ad hoc quattordici bar del Centro e del Portello, i più "rumorosi" e meno rispettosi delle regole del quieto vivere (sono infatti quelli che dall'ordinanza del Sindaco del 2 Maggio 2006 devono chiudere a mezzanotte per evitare disturbi alla quiete pubblica), stanno organizzando la seconda edizione dei "Navigli". L'amministrazione ha concesso l'occupazione del suolo pubblico ma non permette ai bar di organizzare nessun tipo di spettacolo, per non disturbare la quiete pubblica (già parecchio disturbata lo scorso anno dagli stessi baristi che più volte si sono dimostrati irrispettosi verso gli accordi presi con il Comune). Quindi tutti a bere senza la possibilità di venire "distratti" da un diversivo che non sia un altro bicchiere. Con il benestare del Sindaco e della Giunta, sempre pronti ad utilizzare il fenomeno Spritz come sinonimo di degrado e di piaga sociale. Prima lo si permette e poi lo si critica. Ricorda un po' il proverbiale cane che si mangia la coda...

Come si è arrivati a questa situazione?

Durante la primavera del 2005 l'ASU (Associazione Studenti Universitari) trattò col Comune per far sì che le associazioni prendessero in gestione la zona del Portello, per organizzare spettacoli e tenere aperti un paio di chioschi durante l'estate. Dopo qualche settimana, ci venne detto che non se ne faceva nulla a causa di questioni tecniche irrisolvibili (allacciamento idrico ed elettrico): gli stessi motivi tecnici che l'anno scorso sono stati risolti per permettere a una dozzina di bar di vivere una raggiante estate.
Che la lobby dei commercianti sia più forte di quella del terzo settore è risaputo. Che riescano ad ottenere risultati che per gli altri sono miracoli o chimere è anche sotto gli occhi di tutti , ma c'è dell'altro. Gli assessori alla cultura e alle politiche giovanili che in una situazione simile dovrebbero svolgere il ruolo di protagonisti sembrano invece dei fantasmi. Per fare un esempio: un anno fa, dopo l'esperienza dei Navigli abbiamo partecipato a numerose riunioni in prefettura per avanzare delle proposte in vista del "contro-esodo" autunnale dei giovani nelle piazze del Centro. Diverse realtà erano presenti: ovviamente l'ASCOM, l'APPE e la Confesercenti, i rappresentanti delle Forze dell'Ordine e della Questura, persino un delegato della curia vescovile. L'amministrazione Comunale era rappresentata dagli assessori al Commercio e alle Sicurezza... Sintomatico questo di come è stata trattata la questione: con un occhio al portafoglio (dei baristi) e l'altro alla sicurezza (dei residenti?). Naturalmente questi incontri "partecipativi" portarono ad un nulla di fatto perché le associazioni di categoria di cui sopra non riuscirono a trovare un accordo che potesse accontentare le diverse parti e, a fronte delle migliori intenzioni espresse davanti al Prefetto, continuarono a discutere soltanto con la Giunta escludendo gli altri soggetti (del terzo settore) che si erano dimostrati interessati a lavorare per organizzare eventi culturali e campagne di sensibilizzazione nelle piazze del Centro.
Un esponente molto vicino alla Giunta (si dice il peccato ma non il peccatore) arrivò addirittura a dire "Ma cosa stiamo qui a parlare? Tanto da ottobre inizierà a piovere, la gente non va in piazza e abbiamo risolto i problemi".
Sono questi i nostri amministratori? Bisogna dunque “mettersela via”? Anche questa giunta vede gli Spritz come un problema di ordine pubblico e non come un fenomeno sociale da affrontare con l'apporto di chi quotidianamente lavora con i giovani e si occupa di promuovere eventi ludici e culturali che non siano quattro panchine sulle rive del Piovego? Evidentemente sì, se qualcuno per il secondo anno consecutivo ha creduto che i problemi si risolvano prendendo i bar e spostandoli da una parte all'altra della città.

* Presidente Associazione Studenti Universitari

venerdì 22 giugno 2007

G. Belloni*: La politica maneggia i simboli. Quelli che rincorrono la destra

A partire dalla consueta associazione, tipica del linguaggio giornalistico, tra la parola stupefacenti e la parola traffico, l’assessore al traffico, Ivo Rossi ha evidentemente ritenuto di possedere le competenze necessarie a dire la sua sul tema. Ed è così che per una settimana a Padova abbiamo assistito stupefatti (è proprio il caso di dirlo) al dibattito sulla proposta, formalizzata da Ivo Rossi, di multare i “tossici” che, in automobile ai lati della strada, si rifornissero di merce, sul modello delle multe ai clienti delle prostitute.
Non se ne è fatto nulla non fosse altro che per la ragionevole opposizione messa in campo dai vigili urbani, che quelle multe avrebbero dovuto comminare, ma abbiamo avuto tutto il tempo per capire che quella proposta era stata soppesata, valutata, approfondita, insomma, presa sul serio, dai nostri amministratori.
L’esempio non riguarda le politiche ambientali - che comunque non sono, a dispetto di quel che ne può pensare il vicesindaco Sinigaglia, un settore specialistico del governo di una città -, ma esprime bene una certa approssimazione, una certo atteggiamento di rinuncia alla complessità dei fenomeni sociali, un rincorrere a tutti i costi ricette e soluzioni ad alto impatto mediatico, malgrado scarseggino le conoscenze sui fenomeni reali e la predisposizione al confronto. Questo è lo stile che ha contraddistinto, a mio modesto parere, il lavoro di questa giunta.
Marina Bastianello e Francesco Bicciato hanno voluto ricordare ai firmatari dell’appello “Temi perduti”, l’elenco delle buone cose fatte dall’amministrazione di centrosinistra. Hanno fatto bene perché nessuno, a cominciare dai colleghi di Bicciato, l’ha mai fatto. Ma continuano a perdere di vista che le buone cose fatte sono rimaste cose e non sono mai divenute spina dorsale di un progetto complessivo. E solo così avrebbe senso comunicarle, altrimenti ci troviamo di fronte ad una lista della spesa che riduce il nostro essere cittadini, protagonisti di un progetto politico chiamato “città”, ad utenti frammentati e solitari di piccole cose - a questo punto graziose regalie del sovrano illuminato a corrente alternata - contraddittorie.
“Permane uno scarto tra le realizzazioni umane e ciò che può dare loro un qualche senso e valore. Separate da questo, quelle scadono lo sappiamo bene, che si tratti di fare un giornale, di gestire un ospedale, di sposarsi e crescere dei bambini, di governare una casa o un paese…dove lo prendiamo questo valore senza il quale ciò dietro a cui ci affatichiamo, scade nella risibile pochezza, e noi pure, ancora più scadenti?”. La domanda la pone Luisa Muraro e suona un po’ per tutti noi, qualsiasi cosa pensiamo delle “cose” fatte, o non fatte, da questa giunta. Il valore, di cui parla la Muraro, a mio parere è la politica e di questa, tra una multa alle prostitute, una agenda 21, una cementificazione o l’inaugurazione di un parco, non se ne intravede l’ombra.

*coordinatore di CartaQui Estnord, supplemento per il nordest del settimanale Carta

p.s. vorrei sperare (di certo ancora una volta illuso) che il sindaco non pensi che apertura al dibattito significhi contrapporre appello ad appello, come sembra sia intenzionato a fare.

G. Mosconi: La costruzione dell'insicurezza

L’idea di sostituire l’assessorato alla sicurezza con quello della partecipazione aveva assunto una valenza simbolica emblematica delle speranze di cambiamento che accompagnavano l’insediamento della nuova giunta comunale, dopo la vittoria del centro-sinistra del 2004. una cultura e metodologie nuove nella gestione delle questioni della sicurezza e della marginalità, non più principalmente ispirate a politiche repressive e di sorveglianza del territorio, quanto a forme partecipative adeguate a coniugare la risposta ai disagi delle marginalità con le istanze reali diffuse nella cittadinanza. Dal famoso “muro” di via Anelli in poi gli interventi dell’amministrazione hanno via via dato luogo ad un clima e a significati del tutto diversi. Anche se quel primo intervento poteva essere comprensibile nella strategia complessiva di smantellamento del noto ghetto padovano, in quanto preordinato ad impedire che le palazzine appena svuotate tornassero a riempirsi di disperati senza prospettive praticabili, il senso che strumentalmente allo stesso è a suo tempo stato dato, come risposta dura e immediata agli incidenti appena prima accaduti nella zona ha segnato il rischio di un mutamento di senso all’operazione, per molti aspetti apprezzabile, che si stava realizzando. Da lì in poi il susseguirsi di una serie di interventi, tutti dello stesso segno: la diffusione massiccia della videosorveglianza. Le multe ai clienti della prostitute, accompagnate dal rifiuto di dialogo con le stesse, quando da decenni esiste un agguerrito e legittimato movimento per i diritti civili delle stesse, insieme a sperimentate metodologie di assistenza e riduzione del danno ispirate a spirito di tolleranza e di civile convivenza. E ancora le retate di ambulanti sul listone; e da ultimo l’interdizione ai nomadi del territorio comunale, in occasione della festa del Santo, e i provvedimenti contro i mendicanti, con il paventato divieto di praticare l’accattonaggio nelle vie del centro. Colpisce l’univocità di senso che accomuna questi provvedimenti. Troppo facile, quasi un luogo comune, denunciarne l’intento repressivo e illiberale, come comune denominatore, riscontrare lo spauracchio della “tolleranza Zero”, alla Rudolf Giuliani, come ispiratore sostanziale di tali politiche. C’è qualcosa di più profondo, di più sottile e, perciò di più inquietante, che va fatto emergere. Una volta che un problema, certo per diversi aspetti reale, viene evocato e rappresentato all’insegna dell’insicurezza e del degrado, associato alle dimensioni dell’allarme e del pericolo, le risposte non posso che essere di un tipo: quelle emergenziali che tolgono fisicamente di mezzo il problema. E reciprocamente, l’adozione di quelle soluzioni sono la rappresentazione del carattere del problema stesso, la prova tangibile che non esistono altri mezzi per farvi fronte. E’ da chiedersi se sia il problema a richiedere quel tipo di risposta, o se non sia quest’ultima a definire il carattere del problema stesso, così da precostituire i termini della propria legittimazione. Siccome assumo quel metodo, significa che il problema è di quel tipo, e non vi sono altre riposte sensate. Sta di fatto che si rischia così di dar luogo a un sistema chiuso e autoreferenziale di significati, un corto circuito comunicativo che non lascia spazio a letture diverse dei fenomeni e a forme diverse di gestione degli stessi. E’ la profezia che si autoavvera. Preoccupa che, in questo modo, si possa aprire un discorso a spirale senza via d’uscita, orientata a fagocitare nella sua logica e nelle sue pratiche tutto ciò che può prestarsi ad alimentarla: dalla droga nelle scuole alle scritte sui muri, dagli immigrati clandestini agli schiamazzi notturni, dai detenuti usciti con l’indulto alle manifestazioni no global, dagli scippi per strada ai musicanti accattoni, dai campi nomadi, agli assembramenti di giovani, alla sporcizia per strada. Tutto diviene problema di sicurezza, di polizia, di ordine pubblico, di legalità.
E’ significativo notare come, in questo processo, si operino facilmente scivolamenti di significato. Ad esempio il termine “degrado”, solitamente usato per indicare zone caratterizzate da decadimento edilizio, assenza di infrastrutture, desertificazione sociale, quindi tali da rimandare a pubbliche responsabilità, oggi viene assunto come sinonimo di presenza di soggetti pericolosi e di rischi di vittimizzazione. Si celebra come espressione di un grande movimento di consenso alle politiche sicuritarie dell’amministrazione la raccolta di 800 firme contro la prostituzione, quando è ovvio il facile conseguimento di tale effetto della generica agitazione di temi moraleggianti come questo tra i cittadini “per bene” ( tanto più se anziani, o di sesso femminile). Il fatto è che dietro a queste politiche e a questi linguaggi si nascondono e si mistificano almeno tre aspetti: i reali problemi della città ( traffico, ambiente, pianificazione urbana) che restano abbondantemente irrisolti; le cause più profonde dei sentimenti di insicurezza, radicate nei limiti dello sviluppo, nell’angoscia e nello stress che caratterizzano il “malvivere” del nostro tempo; le drammatiche difficoltà che sostanzialmente contrassegnano le storie di vita di molti soggetti dipinti come pericolosi. Credo ci sia una mutazione nel modo in cui una cultura e forze politiche tradizionalmente di sinistra accedono a queste logiche e prospettive. Non più occupare tatticamente il terreno dell’avversario per sottrargli preventivamente uno dei temi presuntivamente cruciali di consenso, ma una acquisita convinzione di fondo che le questioni della sicurezza e della legalità non possano che avere oggettivamente questi connotati e comportare necessariamente questi metodi; quando invece poche materie rivestono un carattere altrettanto complesso e si prestano alla sperimentazione di logiche sostanzialmente democratiche e non repressive, quanto questa. Così la sinistra perde due sue essenziali prerogative, senza delle quali è difficile continuare a definirla come tale: la conoscenza oggettiva della realtà, l’aiuto e la solidarietà verso i soggetti più deboli:Solo una cultura dei diritti e un atteggiamento positivo aperto alla conoscenza e all’incontro potrà sconfiggere le retoriche dell’insicurezza e della paura.

Giuseppe Mosconi, Università di Padova

giovedì 21 giugno 2007

L. Caldon: Lettera aperta al Sindaco

Caro Sindaco,
sono Luisa Caldon, rappresentante degli studenti presso il Consiglio di Amministrazione dell’Università di Padova. Grazie all’occasione fornita dal dibattito sui “temi perduti”, vorrei spiegare i motivi della mia adesione.
Rappresento i circa 64.000 studenti dell’Ateneo patavino e più di 20.000 di questi abitano sul territorio comunale. Questo fa di loro Suoi cittadini e, pur non avendo diritto al voto, sono contribuenti, utenti, clienti, inquilini al pari di tutti gli altri residenti.
Gli studenti sono risultato e manifestazione del rapporto tra Università e Città. Le due istituzioni, autonome e distinte, coesistono da secoli sullo stesso luogo e la loro unione concorre allo sviluppo sociale, politico, culturale ed economico della nostra comunità. Il legame è così saldo che, in più di un’occasione, gli organi decisionali dell’una hanno disposto in appoggio dell’altra e viceversa.
Proprio a dimostrazione di questo annoto che il Cda d’Ateneo è composto anche dai rappresentanti degli enti locali e che Lei, all’inizio del suo mandato, ha comunicato di voler partecipare di persona senza incaricare un delegato.
Apprezzai molto questa decisione ma oggi devo purtroppo prendere atto della sua costante assenza alle adunanze. Ha perso così l’opportunità di ragionare e confrontarsi attivamente e alla pari non solo con la gestione di un ente così complesso ma anche di conoscere veramente le varie parti che lo realizzano.
Avrebbe potuto soprattutto conoscere noi studenti e così discutere le nostre istanze (diritto allo studio, lavoro e precarietà, sostenibilità delle spese, spazi, mobilità…) e rappresentarci poi come suoi cittadini eliminando le barriere che stanno dentro la definizione di Università come città nella città.
La Sua amministrazione è intervenuta per accomodare situazioni ormai al collasso come la locazione abusiva e l’assistenza nelle procedure di rilascio del permesso di soggiorno per gli studenti stranieri. Sentiamo però l’inevitabilità di un impegno ulteriore e completo per sentirci parte della cittadinanza non solo nei programmi e nelle intenzioni.
Ho sottoscritto l’appello soprattutto perché convinta che sia imprescindibile ora trovare idee e risorse per la costruzione ed il funzionamento della città metropolitana, così da dare una risposta concreta ai problemi di vivibilità e governabilità razionale ed efficiente che investono i grandi comuni e le aree circostanti. I troppi confini comunali sono inutili e anacronistici e ormai non hanno altra funzione che rendere ancora più difficoltosa la soluzione di problemi infrastrutturali, ambientali…
La maggior parte degli studenti si scontra ogni giorno con questa realtà. Pensi alle facoltà di Agraria e Veterinaria che si raggiungono con i costosi mezzi SITA e non con APS (l’ultimo capolinea è troppo distante per raggiungere la facoltà ma non così distante per giustificare un’interruzione della tratta), pensi alla difficoltà, i costi e il tempo per raggiungere i comuni dell’alta padovana e della terraferma veneziana dove non è previsto un collegamento diretto.
Mi permetto infine di farle un ultimo appunto non da studentessa ma da elettrice di sinistra.
Non condivido quanto si delinea dal suo intervento quando dice “l tema della capacità della sinistra di dare risposte convincenti ai problemi che vive la gente comune (e soprattutto chi appartiene ai ceti popolari), sulla base dei quali orienta il proprio consenso elettorale”. Penso sia riduttiva e dannosa la staticità che si evince.
Credo che lo scopo di una forza di sinistra sia costruire un’alternativa in cui non si debba più parlare di classi o ceti e non sia quindi rappresentanza di categoria. E’ invece la profonda convinzione che il singolo individuo sta bene quando tutti stanno bene. Si deve lavorare per giungere ad un’uguaglianza sostanziale. Perché questo accada si deve proporre una politica che rappresenti tutti e che investa tutto il sistema paese. Speravo fosse ormai indubbio che tutti siamo gente comune. E che tutti apparteniamo al ceto popolare, unico titolare di sovranità. Senza distinzioni e soprattutto senza privilegi.
Con la speranza che tutti facciano tesoro della discussione di questi giorni, Le auguro buon lavoro.

Luisa Caldon. rappresentante degli Studenti nel Cda dell'Universita